mercoledì 9 ottobre 2013

Che schifo la mosca nel piatto!

Gran parte di coloro che hanno la parola "scrittore" nel profilo di Facebook hanno una biografia che prevede la frase "scrivo praticamente da sempre". Io ho iniziato molto molto tardi. Certo, da bambino e ragazzino ho prodotto anche io le mie nefandezze. Ricordo un orrendo tentativo di scrivere fantascienza che in realtà scimmiottava pesantemente Guerre Stellari, un racconto presentato a scuola che era in realtà una scopiazzatura dell'episodio Generale tratto dal film L'occhio del gatto (di cui pubblico un estratto di seguito). Quando poi ho cominciato davvero, una delle cose che maggiormente mi ha aiutato è stato far parte di un gruppo di persone con gli stessi obiettivi. Ne ho già parlato in altri post di alcuni anni fa. Ci chiamavamo Il circolo dei narratori tenaci e quella esperienza mi ha insegnato ad apprezzare il confronto. Infatti ci siamo dedicati in quel periodo a quasi tutti i concorsi letterari che ci parevano adatti.


 


Questa dei concorsi e dei premi è un'esperienza che ogni autore dovrebbe provare. La figura romantica dello scrittore come artista che si strugge per creare la sua opera impiegano anche venti anni, senza mai piegarsi a limiti imposti dall'esterno, dal pubblico, dall'editore, è tanto anacronistica quanto improponibile in un settore che naviga in acque sempre più infestate da squali. A meno che uno non voglia scrivere solo per arrivare al Punto di fine romanzo e poi tenere il tutto nel cassetto. Confrontarsi con parametri esterni e diversi da quelli a cui siamo abituati o portati, come generi e temi lontani dai nostri, brevità di testo, incipit fissi oppure limiti di tempo (chi conosce il concorso Porsche 911 minuti?) è sempre stato fondamentale. Certo, tre su quattro dei Tenaci lavoravano e tuttora lavorano da svariati anni (circa 20) per riviste di vario tipo, dove la scrittura su commissione e i limiti di spazio sono la norma. Tuttavia la ritengo una cosa fondamentale.

Partecipare ai concorsi letterari è importante anche perché insegna ad avere cura del proprio testo. Tutti sanno sbrodolare una storia (no, non è vero, non tutti, ma molti). Ben pochi sono in grado di confezionarla in modo da rendere la lettura un'esperienza gradevole. Punteggiatura corretta, ritmo, assenza di ripetizioni, dialoghi naturali, ma anche distribuzione del testo, rientri e assenza di refusi.
Sembrano cose superflue?
Lasciate immediatamente questa pagina.

Non si può mai apprezzare davvero un testo pulito se non dopo averne dovuto valutare alcune decine in un concorso letterario aperto agli esordienti. La quantità di "sporcizia" che gli aspiranti autori sono in grado di riporre in un testo spesso taglia le gambe al loro componimento. Il fatto è che se anche la lettura normalmente è un rapporto uno a uno, in un concorso o in un premio il rapporto diventa uno a molti: un giurato-lettore per molti racconti. E il testa a testa è inevitabile. Parametro (per me) fondamentale è il rapporto con il lettore: presentagli un racconto "sporco" ed è come se offri un pranzo a qualcuno rovesciandoglielo per terra o mettendogli una mosca nel piatto. Avrai preparato le lasagne più buone del mondo, ma passa la voglia di mangiarle. Dopo decine di racconti "vestiti male", la cui lettura diventa difficoltosa, il giurato che dovesse incontrarne uno ben confezionato potrebbe mettersi comodo a gustarlo, offrirgli una chance in più e magari sorvolare su qualche imprecisione. Mica poco, a pensarci bene.

Anonima Assassini 2006, l'antologia
di Orme Gialle. Ehi, ci sono anche io!
Alla cerimonia di premiazione del concorso Orme Gialle del 2006 (vinto dalla bravissima Barbara Baraldi, vale la pena ricordarlo) ho sentito i giurati parlare proprio di questo. Un discorso che mi ha colpito. Ricordo che qualche tempo dopo mi sono imbattuto in queste regole, un decalogo realizzato dalla redazione di Concorsi-letterari.it: si può consultare seguendo questo link.
Spettacolare.

L'esperienza di Altrisogni, la valutazione dei racconti, le varie presenza in giuria per alcuni concorsi letterari non hanno fatto altro che confermare e rafforzare la convinzione: la tua arte non vale niente se non hai rispetto per chi deve leggerla. Questo ci ha portato a realizzare uno dei post più visti (e controversi, bisogna dirlo) di tutta la storia del blog di Altrisogni: eccolo.
Tutto questo per dire che ho sempre creduto nei limiti, nei parametri, negli schemi e nella pianificazione. Nel fare il proprio lavoro. Da artigiani, con passione. I concorsi e le selezioni sono fondamentali.

Forse anche per questo continuo a partecipare.
Sto aspettando il responso di un concorso per racconti.
Sto per cominciare l'editing di un racconto valutato positivamente per la pubblicazione da parte di un editore.
Sto attendendo responsi per due romanzi che bussano alla porta degli editori.
E ho ricevuto un'interessante telefonata che sebbene non abbia ancora aperto una porta, mi ha almeno indicato la porta a cui bussare. E cavoli, è una bellissima porta.

Rimane la parte più difficile di sempre: aspettare. 






lunedì 23 settembre 2013

Scrivere fantascienza: operazione pathfinder

Chi scrive fantastico si trova a dover affrontare una questione che viene invece risparmiata agli autori di quella narrata che non si discosta dalla realtà. Si tratta di una questione legata all'ambientazione e al fatto che sebbene la fantasia pare spesso essere infinita, in realtà tendiamo a percorrere sentieri già tracciati da qualcun altro. Anche come autori, se troviamo una pista che corre in mezzo alla savana dell'invenzione, alla jungla del fantastico, siamo spesso tentati di seguirla.
Almeno per un po'.

Certi elementi caratteristici di un setting hanno ripercussioni su tutto l'impianto sociale dell'ambentazione stessa. Pensiamo al sistema economico di una nazione e a come ne influenza la cultura (rivoluzione industriale, socialismo, ecc.). Oppure a una scoperta scientifica e alle ripercussioni sui costumi di un popolo (vaccini, televisione, ecc.). Chi scrive in ambientazioni contemporanee ha molti riferimenti pronti all'uso. Chi si dedica al fantastico, invece, deve spesso inventare di sana pianta e poi pensare alla catena di conseguenze, una vera cascata di effetti, che vanno a impattare sul resto della sua ambientazione. Tuttavia l'autore di fantastico può contare su una serie di riferimenti culturali molto forti e presenti. Veniamo da decenni di televisione, leggiamo (si spera) romanzi di "colleghi" e autori capostipite dei generi che scegliamo, seguiamo fumetti, cartoni animati, film e arte dedicata agli argomenti che amiamo (e se non lo facciamo stiamo commettendo un grave errore). Tutte queste fonti, per quanto siano da una parte un grande aiuto, dall'altra costituiscono un tracciato di riferimenti che "limitano" le nostre possibilità. Tanto che certe volte quello che scriviamo sa di "già visto".
Faccio qualche esempio.
Immaginiamo un setting di fantascienza, dove l'Uomo è l'unica specie intelligente fino a quando non incontra una razza di parassiti cosmici... nah, già visto. Il vuoto tra le stelle: l'Umanità lo attraversa con astronavi capaci di piegare lo spazio e così percorrere... no, già usato. Ok, allora le navi compiono dei balzi... niente da fare, poco originale. Va bene, gli astronauti entrano in ibernazione per poter sopravvivere... ci risiamo. Insomma, il punto è che qualcuno, probabilmente, l'idea che vogliamo usare l'ha già scritta. E scriverla di nuovo può sembrare una scopiazzatura.

E le idee migliori sembrano essere già prese!
Imperi che coprono galassie intere, check.
Pianeti capitale trasformati in colossali apparati burocratici, check.
Corporazioni economiche che dominano la popolazione, check.
La tecnologia è andata perduta e torna sotto forma di religione, check.
L'Uomo vive in colonie spaziali che si ribellano al dominio della Terra, check.
Insomma, queste piste in mezzo alla savana sembrano essere tutte minate. Come fare?

Bisogna percorrere una strada insidiosa, probabilmente. Difficile. Quella dell'omaggio, della citazione. Quella del "prendere l'idea di qualcun altro e mantenerla senza arrivare al plagio ma inserirla in un contesto differente". Bisogna lavorare sodo, insomma.
Praticamente dobbiamo percorrere la pista tracciata da qualcun altro, come un esploratore, una guida, un pathfinder, a volte dando colpi di machete perché certe cose ingombrano e ostacolano, altre volte aprendo nuovi percorsi (per poi magari scoprire che stiamo solo liberando un sentiero già tracciato da erbacce e arbusti). Serve però il rispetto per il sentiero che si percorre, non possiamo asfalto e aprirci una stazione di servizio. Men che meno riempirlo di rifiuti o dargli abusivamente il nostro nome. Dobbiamo conoscere la materia.

Nei romanzi di Ian Douglas della serie Star Carrier ci sono moltissimi elementi provenienti da altre saghe, tutti usati e riutilizzati ottimamente. Raccontandone la trama a un amico ho scoperto quanto fosse ricca di citazioni e cose "già viste". Eppure la scrittura di Douglas, la sua struttura narrativa e la sua inventiva hanno riplasmato elementi noti in una forma nuova.
Usiamo gli elementi creati a altri come mattoncini del Lego, fa facciamo qualcosa di nuovo. Qualcosa di nostro.
Me ne sono reso conto - sulla mia stessa pelle - scrivendo il romanzo di fantascienza militare che sto ultimando. Per forza di cose ho dovuto imbattermi in elementi già narrati, giù usati. Con umiltà ho cercato di prenderli e riutilizzarli. Ho percorso la pista tracciata da qualcun altro, attento a dove mettevo i piedi, ma anche attento a non sporcare.
Vedremo dove mi porta.

Intanto... be', intanto succedono cose varie. Idee in ebollizione, progetti che si strutturano, lavori. E qualche novità. Al momento è ancora presto per svelarla, ma mi piace l'idea di lasciare qualche indizio...


lunedì 16 settembre 2013

Chi trascura l'ambientazione merita la frusta degli Harkonnen

Paul Muad-dib e i suoi Fremen: l'ambientazione di Herbert
per la saga di Dune è monumentale e coerente con se stessa
C'è una cosa che non sopporto in certa narrativa dilettante ed è la superficialità con cui vengono affrontate e gestite le ambientazioni nei racconti e nei romanzi dove questa dovrebbe essere rilevante. Se scrivo un romanzo d'amore a Modena, non importa che io scenda tanto in particolari parlando di Modena (anche se male non farebbe) e non non importa neanche che io stia a parlare troppo della città o a pensarci: Modena è lì. Tutti la conoscono. Se però scrivo un fantasy o un racconto di fantascienza devo innanzitutto creare un terreno comune con il lettore, su cui poi edificare l'impianto narrativo. Se io ritengo scontati degli elementi che sono ignoti al lettore, questi non salirà con me lungo i pendii della storia. Però il "male" che colpisce la narrativa degli esordienti è ben peggiore del non descrivere: è descrivere male. Perché se io creo un'ambientazione fantastica per il mio racconto ci si aspetta che questa sia plausibile. Plausibile significa che questa possa reggersi anche senza il racconto! Ossia che si possa magari riutilizzarla e che "profumi" di credibilità. Servono dettagli, pennellate di colore, certo. Ma serve anche aver fatto i compiti.
È un po' quello che abbiamo detto nell'articolo su come scrivere racconti fantastici pubblicato in Altrisogni 4.

L'autore deve aver pensato a quell'ambientazione. Deve averla strutturata, ragionata, approfondita. Non sto dicendo che si debba fare come Tolkien. Dico che un autore di fantastico che ha anche un background da game master di gioco di ruolo è spesso avvantaggiato e certe cose le capisce al volo. Un autore di questo tipo sa che deve pensare al setting come a qualcosa di autonomo e in grado di funzionare. E a qualcosa di coerente con se stesso. Se scrivo un racconto ambientato nel 2200 a New York non posso descrivere la Grande Mela e la vita dei suoi cittadini come se tutto fosse ambientato nel 1990. E se invece racconto di un impero di Elfi con i loro nomi musicali e luoghi come Rivargento, Castelferro, Argentelande, poi non posso inserire la città di "Greysteel". Non certo con un nome inglese. Tuttavia la nostra editoria (spesso la piccola editoria) è piena di episodi di questo tipo. Le possibilità a disposizione degli aspiranti autori sono molteplici e il livello qualitativo si abbassa. Troppo.

O forse sono io troppo esigente.

Dan Abnett: da lui c'è solo da imparare
So che sto scrivendo un romanzo di fantascienza militare (quasi finito, per la verità) e il lavoro sull'ambientazione, la sua coerenza e i suoi equilibri è stato tanto soddisfacente quanto intenso. Ma doveroso tanto quanto passare il correttore ortografico a fine scrittura. Ah, già. Dimenticavo che in commercio si trovano anche romanzucoli di persone che mettono la punteggiatura dopo lo spazio. E i "signori editori" che hanno pubblicato queste cose hanno scelto di tralasciare queste inezie. Però non voglio sembrare eccessivamente polemico (lo sono). Il fatto è che creare un'ambientazione che funzioni e che "giri" è un investimento notevole in termini di tempo ed energie, ma ripaga. Se il setting si regge da solo, infatti, nulla vieta di usarlo una seconda volta, una terza, una quarta... È così che nascono le saghe. È così che i grandi cicli narrativi possono prosperare e ci sono moltissimi esempi (la mitologia di Tolkien, L'Era Hiboriana di Howard, l'impero galattico di Frank Herbert solo per citare i primi che mi vengono in mente). Lo sa bene la Black Library che produce moltissimi libri nell'universo della Games Workshop. Alcuni brutti, altri mediocri, altri davvero notevoli.

A me piace particolarmente Dan Abnett, che sta portando avanti la saga di Gaunt e dei Ghost di Tanith. Abnett ha preparato tutta la Sabbath Crusade. E funziona, ha una sua coerenza. Tanto che in questa ambientazione sono collocati vari spin-off e differenti storie.
Non si può non apprezzare una profondità e una preparazione simili.

E poi scrive benissimo.






lunedì 9 settembre 2013

Stephen sbaglia tutto, eppure...

Sto leggendo Christine. Ce l'avevo nella libreria da parecchio tempo e la voglia di qualcosa di nuovo e diverso dai racconti di Altrisogni o dalle altre cose a cui mi sto dedicando in questo periodo me l'ha fatto selezionare come la lettura di questo settembre.
Mi hanno colpito due cose.
La prima è che il romanzo è pieno di cose che, se fossero state contenute in uno componimenti che arrivano ad Altrisogni mi avrebbero fatto propendere per un rifiuto. I periodi sono lunghi, strutturati in modo eccessivamente articolato e pieni di inside joke per americani della provincia e di conoscitori degli anni '50. Descrizioni a bizzeffe, spesso ricche di dettagli in un modo tale che tre dei quattro recensori che hanno parlato dei miei libri verrebbero presi dalle convulsioni. Ritmo sonnacchioso (sessanta pagine e c'è stata solo una piccola allucinazione durata sei righe). Ambientazione l personaggi sanno di già visto (il nerd, il bello-bravo-atletico, la bella che si invaghisce dello sgorbio ma che non distegna il bello-bravo-atletico, i bulli). Anche l'idea di base lascia a desiderare e ha delle lacune (automobile d'epoca che pare avere una personalità e affascina lo sfigatello di provincia).
La seconda è che è un romanzo eccezionale e che a renderlo tale è proprio la scrittura di King. È fluida, scorrevole, evocativa. Conosco molti detrattori della sua scrittura, alcuni sostengono addirittura che gli ultimi suoi lavori siano opera di Ghostwriter (per molti di questi detrattori ho dubbi sul fatto che abbiano davvero letto i romanzi di King), io mi schiero totalmente a suo favore. Adoro i suoi saggi (Danse Macabre sopra a tutti gli altri) e le prefazioni ai suoi racconti e romanzi sembrano quasi chiacchierate di fronte a una birra nel suo pub preferito. Tuttavia ci sono certi romanzi che scivolano lenti come uno swing e che sono altrettanto affascinanti. Ti prendono e ti portano nei suoi luoghi, nei suoi personaggi, nei suoi incubi e sogni. Santo cielo, quanto mi piace. E per fortuna ho ancora svariate centinaia di pagine di Christine da leggere. Lo sto leggendo nella sua edizione SK Economica (SK sta per Sperling & Kupfer, ma potrebbe anche essere Stephen King), con l'ottima traduzione di Tullio Dobner (che tra termini di meccanica e cultura popolare americana degli anni '50 e '70 si deve essere fatto un mazzo notevole.

E intanto...?
Ah, be', intanto sono successe un sacco di cose. La via per il cuore di un uomo ha trovato pubblicazione, come anche Il contratto. Sto provando a far pubblicare Le prime gocce e c'é Hellfire che attende un giudizio. Quattro racconti avviati per la loro strada. Contemporaneamente a tutto ciò c'è un romanzo in scrittura e quasi del tutto ultimato (ci vediamo su Lachesis), un romanzo in giro per editori (il romanzo che ho scritto in treno) e un altro romanzo (lavoro professionale, se non fosse che l'altra parte di "professionale" non si è ancora concretizzata) che è su una scrivania "importante".
Il 9 dicembre 2012 c'è stato un evento non da poco...
...e nel frattempo è nato questo.

Scusate, Christine mi chiama.

mercoledì 9 maggio 2012

Che spettacolo la serialità

Da qualche tempo ho cominciato un nuovo progetto di scrittura. È nato quasi due anni fa, quando una serie di notizie dall'Oceano Indiano in merito alla questione dei Pirati Somali mi aveva portato a pensare come le grandi compagnie avrebbero potuto affrontare questo problema.

All'epoca espertimento di scrittura, il primo racconto Black Spear è nato e cresciuto nel giro di alcuni giorni. Spedito alla collana editoriale più adatta - Segretissimo - non ha mai ottenuto nessun riscontro. Tempo dopo, grazie all'interessamento di Stefano Di Marino, quel racconto è approdato sulle pagine del secondo numero 2 di Action con il suo titolo originale: Double Tap.

Double Tap è la punta di un iceberg narrativo. È nato come un racconto, ma anche come una piattaforma di collaudo per un'intera ambientazione, quella della squadra Black Spear. Ne parlerò in modo più ampio prossimamente. Qui mi preme dire che il setup di Black Spear è solo l'ultimo passo di un percorso nato vent'anni fa, con la creazione e preparazione di mondi e campagne per i giochi di ruolo e con i processi di worldbuilding per le ambientazione delle storie che ho scritto in tutti questi anni.

Black Spear nasce con l'idea di essere una serie. Possibilmente di romanzi, per il momento solo di racconti.
Questo significa che i personaggi sono studiati per evolversi - o involversi, nel senso che potrebbero anche andare in contro alla propria fine, perché no? In fondo è una serie pensata con un approccio fortemente realistico - e la squadra stessa potrebbe/dovrebbe cambiare e modificarsi nel corso del tempo. Il fatto è che scrivere con la serialità in mente è qualcosa che mi appassiona. Ho letto molto racconti di qualità con personaggi interessanti, concepiti con il taglio del one-shot. E ho sempre pensato "che peccato!". Certo, capisco bene che molti narratori possano trovare piacere dal cimentarsi in storie singole, con la chiara idea di non continuarle. Ma io non ci riesco. Mi piace pensare in grande. Forse anche perché il mio approccio non è solamente quello di scrivere per il piacere di farlo, ma anche farlo con l'impegno e il desiderio di farne qualcosa di professionale. E quindi l'idea è quella di proporre progetti strutturati e concepiti con l'idea della longevità e fidelizzazione del lettore Sì, sono anche io una vittima delle serie televisive, che ci posso fare? E so, per esempio, che non riuscirei a essere soddisfatto di un solo episodio nella vita di Vic Mackey, Jack Bauer, Kara Thrace o Jonas Blane.

Ne ho parlato tempo fa con Vito. La serialità è forse una malattia, che ti prende e non ti lascia più. E allora, in attesa del secondo racconto della serie Black Spear, dal titolo La notte dei figli perduti, in uscita imminente sulle pagine di SAS 53 - Il padrone delle rondini, per Segretissimo di Mondadori, mi sono cimentato mesi fa in Il piccolo sole di Tblisi e, recentemente, in Gambetto a Marrakech.E non finisce qui.

Engaging... Kryss, out.

martedì 1 maggio 2012

La rotta esiste: chi ha il coraggio di seguirla?

Alex ed io ci siamo rimbalzati per alcuni anni i romanzi di Dan Abnett della serie Gaunt's Ghosts. Da qualche tempo è Alex in vantaggio nella lettura e questo gli ha permesso di regalarmi il più recente omnibus (The Lost) e l'antologia Sabbat Worlds, pubblicata da Black Library. Dopo alterne vicende ho finito - aka divorato - The Lost e nel giro di una settimana la stessa sorte è toccata a Sabbat Worlds.


Sabbat Worlds ospita otto racconti collocati durante la Sabbat Crusade e ambientati nel settore di spazio imperiale dei Sabbat Worlds, nell'universo narrativo di Warhammer 40.000 delineato da Dan Abnett con la sua serie degli Spettri di Gaunt. Abnett non è solo ospite del setting di Warhammer 40K, avendo scelto di collocare la "sua" crociata nei Sabbat Worlds ha creato una vera e propria ambientazione personale. Da questo suo lavoro è nato lo spunto e lo "spazio di manovra" per questa antologia, di cui lo stesso Abnett è curatore. Dopo la sua introduzione si comincia con i racconti:
  • Apostle's Creed, di Graham McNeil: ottimo davvero, ispirato a Double Eagle (sempre di Abnett), porta la dimensione della "guerra aerea" nel setting dei Sabbat Worlds. Scritto molto bene e ben costruito, è stato un piacere da leggere. Una narrativa intensa e veloce, ammiccante verso temi e storie che amo.
  • The Headstone and the Hammerstone Kings, di Matthew Farrer: pessimo, davvero. Creato male, strutturato peggio, si discosta dal lavoro di ambientazione di Abnett se non per alcune "etichette" appiccicate qua e là. Racconta di un gruppo di cultisti che cerca di riattivare delle macchine da guerra. Purtroppo ho letto molti esempi di narrativa italiana di questo tipo.
  • Regicide, di Aaron Dembski-Bowden: un buon racconto, molto interessante, che svela quanto accaduto al Warmaster Slaydo a Bahlaut. Davvero ben fatto, mi ha stupito vedere Abnett affidare un plot simile a un'altra penna. Un ottimo racconto di guerra. Qualcosa a cui tendere.
  • The Iron Star, di Dan Abnett: da leggere tutto in un fiato, si colloca subito dopo l'ultimo romanzo di The Lost e spiega cosa accade a Gaunt. Ormai i personaggi della serie sono vivi e credibili e il racconto è davvero ben fatto. Un'opera a sé stante: giustificabile, la sua qualità, solo perché è un episodio di una saga più grande.
  • Cell, di Nik Vincent: terribile e noioso. Un racconto scritto male, con buchi nella storia e nella coerenza d'ambientazione, troppi personaggi equivalenti e un pessimo salto di punti di vista. Peccato. L'idea della guerra clandestina e delle cellule di guerriglieri della resistenza era ottima... l'esecuzione lascia molto a desiderare. Quasi amatoriale.
  • Blueblood, di Nick Kyme: i protagonisti sono il Blueblood del 50° Volpone, nemici dei Ghosts e il racconto è davvero ben fatto con ottime idee. Eccellenti le scene di battaglia. Un altro ottimo racconto di guerrra, scritto da qualcuno che, evidentemente, non considera la scrittura un hobby.
  • A Good Man, di Sandy Mitchell: un altro racconto in cui l'ambientazione è solo marginale e l'autore "butta via" una buona storia con uno stile mediocre. Pessima la scelta di alterare la prospettiva con il "gioco" del racconto in prima persona, perché viene reso molto male. Mah, troppi omaggi al noir fine a se stesso: forse una prova d'autore con troppa enfasi sul concetto di autore. Se Mitchell avesse prestato più attenzione agli "obiettivi di missione" (scrivere un racconto FACENTE PARTE di un setting esistente - e vivo) forse le cose sarebbero andate diversamente.
  • Of Their Lives in the Ruins of Their Cities, di Dan Abnett: altro ottimo racconto di Abnett, magistralmente collocato nella continuity della serie, getta un po' di luce su alcuni retroscena e approfondisce i rapporti con vari personaggi (che magone rivedere Corbec). Un esempio da seguire di come sia possibile scrivere storie belliche corali con più personaggi, mantenendo l'attenzione incentrata sul protagonista e toccare vari temi, diversi dal mero spargimento di sangue (peraltro molto presente).

Nel complesso l'antologia è assolutamente da leggere se si ama la serie e il lavoro di Abnett. Certi racconti sono davvero trascurabili. Li ho letti solo perché non volevo lasciare nulla di intentato, ma devo dire che la fantascienza militare di Abnett è qualcosa di spettacolare. Tanto che mi viene voglia di rileggere tutta la serie dall'inizio in attesa del nuovo Omnibus...
Averne di fantascienza italiana di questo tipo... averne di editori con il coraggio di lanciare un progetto di questo tipo.
E devo dire che di questo tipo di iniziative si è parlato non troppo tempo fa.
Un setting fantascientifico cupo e feroce e storie belliche o di azione tesa e adrenalinica in un mondo comunque, intense, forti - e ben scritte! - forse i lettori ci sono. Forse ci sono anche gli autori... Che sia il momento di provarci?

    Straight Silver!









mercoledì 16 giugno 2010

e adesso, da che parte?


La Bambina è fuori da qualche mese. Terzo romanzo. Certo, il mio nome in copertina non si vede, ma nella lettera di presentazione agli editori e nel profilo letterario c'è eccome!
E allora si continua. Sempre molto progetti, davvero tanti. E anche molta voglia di scrivere. La Bestia... la Bestia deve uscire. Ne ha bisogno, perché la polvere non si adatta al suo manto. Cerchiamo, cerchiamo ancora, in attesa di risposte.



Si continua, quindi. Tenacemente.